
COSA SUCCEDE
DAVVERO DURANTE
UN IRONMAN
Dal letto alle quattro del mattino agli ultimi metri sul tappeto rosso. Non una guida: quello che succede a me durante una giornata lunga 226 chilometri.
Un Ironman non comincia quando parte il cronometro. Per me comincia la sera prima.
Cerco di cenare entro le 19 e di andare a letto abbastanza presto, ma non troppo. Addormentarmi non è il vero problema. Il problema arriva se mi sveglio durante la notte: a quel punto faccio molta più fatica a riprendere sonno.
Ultimamente ho provato anche la melatonina e le sensazioni sono state buone.
DEVI MANGIARE.
ANCHE SE NON HAI FAME.
La sveglia normalmente suona tra le 4 e le 4:30. È un orario assurdo per fare praticamente qualsiasi cosa. Soprattutto per mangiare.
Preferisco il salato, anche se alterno dolce e salato nella stessa colazione. A quell'ora faccio fatica a mangiare e devo trovare qualcosa che riesca a mandare giù.
Tutto il resto è già pronto dalla sera precedente. La prima cosa che faccio appena mi alzo è mettere il chip. Subito. Perché so che altrimenti rischio di dimenticarlo.
La borsa bianca contiene quello che mi servirà: materiale per il nuoto, occhialini, cuffia, muta, Garmin per la bici e l'integrazione che non voglio lasciare durante la notte nella zona cambio. Borracce, gel e anche i miei due panini.
La mia vera paura prima della partenza? Arrivare alla bici e trovare una gomma sgonfia.
Cerco di essere in zona cambio non oltre le 5:30. Controllo tutto, ma soprattutto le gomme. Fortunatamente non mi è mai successo di trovarne una bucata. A Francoforte, con il caldo, le avevo persino sgonfiate parzialmente il giorno prima.
Poi arriva la muta. Se non fa troppo caldo preferisco indossarla abbastanza presto. Quando posso faccio qualche minuto in acqua. Bevo molto, ma da quel momento non mangio più: preferisco partire con lo stomaco tranquillo.

LA PARTE CHE,
STRANAMENTE, MI PIACE.
Il nuoto non è la disciplina che soffro maggiormente. Anzi, normalmente è una parte piacevole della gara.
Parto controllato. Voglio evitare che nei primi minuti i battiti salgano troppo e di trovarmi in affanno dentro una muta che inevitabilmente comprime il petto.
Cerco quasi subito la respirazione a quattro bracciate e provo a tenere un ritmo costante dall'inizio alla fine. Solo intorno ai 3.200-3.300 metri cambia qualcosa: so che ne mancano circa 500. A quel punto comincio ad accelerare.
Se siamo al mare, mentre sto ancora uscendo dall'acqua comincio già a sfilarmi la muta. In T1 prendo un gel, tolgo il resto della muta, metto il casco e corro verso la bici. Le scarpe sono già attaccate ai pedali.


IN BICI
NON MI TENGO.
Il modo in cui affronto la bici dipende dal percorso. Se ci sono salite importanti cerco di gestire soprattutto quelle. Su un percorso come Cervia, dove l'unica vera asperità è Bertinoro, il mio approccio è diverso: spingo dall'inizio alla fine.
Non salgo sulla bici pensando di conservarmi per la maratona. Cerco di fare la miglior bici che posso fare.
Con gli anni, però, ho imparato che devo mangiare e bere anche quando non ne ho voglia. In posizione da crono è facilissimo rimandare. Per questo sul Garmin ho impostato degli alert. Quando suona, mangio o bevo. Non è più una decisione.
Durante un Ironman puoi avere dieci, quindici crisi differenti. Ho imparato a non preoccuparmene troppo: spesso passano.
Ci sono momenti in bici in cui sembra improvvisamente di non riuscire più a pedalare. Magari sei controvento, la velocità scende e hai la sensazione di non spingere abbastanza. Poi passa. Durante la corsa succede di nuovo. E magari passa anche quella.

UN GEL DA 90 GRAMMI.
TUTTO IN UNA VOLTA.
A Cervia una volta ho fatto una stupidata: in T2 ho preso un gel da 90 grammi tutto in una botta. Sono stato male per i primi dieci chilometri della maratona. Sono quelle cose che, dopo, non dimentichi.

GLI ULTIMI DIECI SONO
TESTA E CUORE.
La corsa è sicuramente il mio punto debole. Quest'anno a Cervia ho continuato ad alimentarmi durante la maratona e fino al chilometro 25 stavo davvero bene. Poi è arrivata una forte nausea. Non ho vomitato — forse sarebbe stato persino meglio — ma da quel momento la gara è cambiata.
Gli ultimi dieci chilometri sono testa e cuore. Un po' corri, un po' cammini. Ricominci a correre. Ti fermi a un ristoro. Riparti. Diventa una sofferenza enorme.
Per me c'è anche un'altra cosa che succede intorno al chilometro 30: mi rendo conto che ormai sono arrivato. Non perché sia finita, ma perché so che in qualche modo arriverò al traguardo.
Ed è proprio lì che probabilmente commetto uno dei miei errori: comincio ad accontentarmi. Tiro un po' i remi in barca. È una cosa sulla quale devo ancora lavorare.
Avere persone lungo il percorso cambia tantissimo. Famiglia, amici, persone che sono venute lì per te. Ma anche chi sta aspettando qualcun altro e quando passi urla comunque il tuo nome. Ti trattano come se fossi primo, come se stessi vincendo la gara. Dopo tutte quelle ore, quella spinta la senti davvero.
5°C.
BAGNATO.
Personalmente soffro più il freddo del caldo. Ad Aix-en-Provence i primi trenta chilometri della bici sono stati durissimi: circa cinque gradi, eravamo bagnati e avevo le dita talmente fredde che facevo fatica persino a cambiare marcia.
Il caldo estremo rende tutto difficile. Ma almeno per me il freddo può diventare ancora peggio. Puoi preparare praticamente tutto: il giorno della gara ci sarà sempre qualcosa che non controlli.
POI VEDI
IL TAPPETO ROSSO.
Negli ultimi tre o quattrocento metri provo a tornare a correre composto. Non guardo più il passo e non penso più al tempo. Ormai quello che dovevo fare l'ho fatto.
Cerco il pubblico, incito le persone ai lati del percorso, do il cinque a tutti quelli che riesco a raggiungere. E aspetto una cosa sola: il tappeto rosso.
Vedi l'arco. Senti il pubblico. E aspetti di sentire lo speaker dire che sei un Ironman.

«NON LO FACCIO PIÙ.»
Subito dopo il traguardo sono contento, ma sono anche completamente svuotato. Non ho fame. Non ho voglia di bere. Voglio liberarmi del body che indosso dalla mattina e raggiungere le persone che mi stanno aspettando fuori.
E poi c'è quella frase che mi ripeto praticamente ogni volta, soprattutto dal trentesimo chilometro della maratona in poi.
FACCIO PIÙ.
In quel momento ne sono anche abbastanza convinto.
Poi passa la notte. E il giorno dopo comincio già a pensare a quale potrebbe essere la prossima gara.
Non credo sia soltanto per l'emozione del traguardo. Quella è enorme, certo. Ma dura pochi minuti. La preparazione dura mesi.
Preparare un Ironman mi obbliga ad avere disciplina. A organizzare il tempo. Ad allenarmi quando ne ho voglia e quando non ne ho. A dormire meglio, mangiare meglio e avere più cura di me stesso.
Non penso che completare un Ironman renda automaticamente una persona migliore.
Ma il percorso che faccio per arrivarci, per certi versi, rende migliore me.
Ed è probabilmente questa la cosa più bella che il triathlon mi ha dato.